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Tenui speranze

No al rotacismo

Cos'è l'Arte?

C'è Barocco nell'aria

Riflessione (amara)

Gentilissimi galleristi

A proposito di CITAZIONI pittoriche

 

 

 

 

 

 
       
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     
     

 

 
   

 

TENUI SPERANZE

Oggi, per dedicarsi alle Arti occorre coraggio. E il coraggio deve essere maggiore se l’Arte è la Pittura (o qualunque altra azione essa sia diventata). Tanti sono i rivoli in cui si ramificano le tendenze e gli stili. Tanti sono gli Ismi e gli anti-Ismi, le scuole, gli epigoni, le avanguardie, al punto che ormai, chiunque pratichi tale territorio, subisca inevitabili contraccolpi. Ci sono, ovviamente, delle eccezioni che riguardano pittori di paesaggi, ritratti, fiori, laghi, monti (ecc.) i quali, in virtù di ben noti (ma non giustificabili) meccanismi, subiscono scarse ripercussioni e continuano pur in tempi critici a sbarcare un discreto lunario che consente loro di vivere di pittura (buon per loro!). 

Non è difficile con tali premesse incontrare alle manifestazioni artistiche persone perplesse, allarmate, poco propense ad esprimersi, con la certezza che l’argomento sia prerogativa degli addetti ai lavori o, tutt’al contrario, persone per niente intimidite, che, abilitate dalle proprie, personali intuizioni, esprimono giudizi e critiche a iosa.

E l’artista?

Talvolta, è il più disorientato! Abituato a lavorare andando per la propria strada; esercitando un mestiere che è frutto dell’ingegno personale; ascoltando un istinto che spesso sgorga prepotente; impegnato a trovare il procedimento per concretizzare l’opera, non sempre riesce a rassicurare il pubblico con l’oratoria. La conoscenza della materia, delle tecniche e dei contenuti a lui vicini, gli sono sufficienti per esercitare il mestiere. Il frutto del suo lavoro è l’equilibrio. Il racconto parte dall’interno, dal proprio vissuto e deve poi regolare i conti (metafora violenta, purtroppo) con il vasto panorama fuori. Non deve essere necessariamente un intellettuale. Né deve convincere con i discorsi. È la sua opera che deve parlare. Ma da ciò discende che chi guarda deve conoscere, capire, discernere. Insomma: essere disponibile.

È quello che accade? 

Quasi un miracolo se in un marasma siffatto pochi coraggiosi e, forse, dilettanti (che traggono diletto), alimentando tenui speranze, hanno ancora la volontà, imperterriti, di andare avanti!

 

 

 

 

 

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NON LASCIAMOCI IMPRESSIONARE DAL ROTACISMO

 

Ho scoperto di avere una alternativa; non due come storicamente si cita, ma una sola: posso essere fedele lettore dei libri di “lorsignori”.

L’ho appreso tempo fa alla radio, in macchina, mentre tornavo da un viaggio e ascoltavo per caso un programma per persone colte che trattava di editoria, libri, lettori. Da una emittente nazionale, una signorina e un signore (colti ovviamente!) mi hanno rivelato l’esistenza di certi abusi perpetrati quotidianamente ai danni dell'industria editoriale e mi hanno anche suggerito un'incombenza riparatrice: leggere solo autori noti e libri stampati da case editrici qualificate.

La signorina e il signore, erre moscia, linguaggio fluente, citazioni brillanti, conversando con falsa bonomia hanno parafrasato le parti dei poliziotti dei telefilm americani: la cattiva ed il buono. La cattiva affermava che, per il proliferare di sistemi di auto-pubblicazione, oggi scrivono in troppi. “Se tutti scrivono, finirà che non leggerà più nessuno; come faranno poi i grandi scrittori a guadagnare? E cosa hanno da scrivere gli intrepidi delle auto-pubblicazioni? Romanzetti, cosucce provinciali, scialbe, insignificanti, con svarioni tremendi. Occorrerebbe dapprima sottoporre codesti avventati all’esame di lingua italiana; dare un’occhiata all’uso dei congiuntivi, dei termini; e la sintassi? l’ortografia? non ne parliamo!”. Così diceva la signorina. Ed il signore (poliziotto buono) rispondeva: “Ma no! Non si deve essere così drastici. D’altra parte la pluralità è divertente, tanto poi il bravo lettore saprà discernere, saprà cosa leggere: sceglierà veri autori (leggi: i soliti noti) e bei libri (leggi: delle solite case editrici)”.

Mi ha colpito la sensibilità. L’apertura mentale. Il rispetto per il lavoro degli altri (seppure poveretti e ignoranti!) e mi sono auto-subissato di domande: "Chi è questa gente così illuminata e altruista? a quale schiatta appartengono dei borghesi così colti, degli intellettuali così lungimiranti? vengono retribuiti per esprimere tali idee alla radio? chi attribuisce loro la facoltà di patentare scrittori? a nessuno è mai capitato di leggere libri insignificanti pubblicati da costoro? non sono per caso quelli che hanno avuto tutto dalla vita? bei patrimoni ereditati che li hanno privati del lavoro materiale e li hanno costretti a dedicarsi alle arti? non sono, per caso, i figli d’arte (o di papà) che, per pura casualità, hanno avuto le strade spianate? non sono quelli che hanno avuto relazioni perfette, ai posti perfetti, che li hanno agevolati, seppure loro rifiutando sdegnati, nei percorsi artistici (ovviamente di ogni tipo di arte intrapresa)?".

No! Certamente non sono loro.

Sono quelli che hanno lavorato una vita per guadagnare abbastanza per pagare bollette. Quelli che hanno mantenuto famiglie nelle case in affitto, non sempre riscaldate a dovere, dove spesso si è contratta qualche bronchitella noiosa, curata male da medici condotti non proprio preparatissimi, ma i soli disponibili quaggiù tra comuni mortali.

Sono quelli che, quando hanno mandato il manoscritto alla casa editrice, sono stati invitati a stampare a proprie spese “perché la programmazione editoriale di quest’anno è ormai al completo”.

Certo. È al completo! “Lorsignori”, hanno già occupato i pochi spazi disponibili e non c’è trippa per gatti o per avventurieri della penna o per chi disturba i veri “manovratori”, unici, colti deputati a scrivere e a stampare meravigliose storie frutto dell'italiano perfetto i cui assaggi, letti nelle serate mondane tenute in librerie accreditate, risuonano gravi e impreziositi dalla nobile erre francese.

 
 
   

 

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COS’É L’ARTE?

 

E' successo ancora: qualcuno ti viene a trovare e si parla del più e del meno. Poi, all'improvviso, tra un’informazione sull'ultimo evento culturale, una critica alla politica ed un giudizio (spesso, malevolo) su qualcuno assente, ecco che piomba la domanda cruciale:

"Sì, ma per te, cos'è l'arte?"

Ogni volta mi sorprendo.

Negli anni, per spiegare arte ed artisti, ho accumulato definizioni sintetiche, leggiucchiate qua e là, nel tentativo di trarmi presto d’impaccio, ma devo confessare che non sempre hanno funzionato. Qualche volta, ho detto dell’arte “È una realtà disinteressata ed inutile, cioè artistica”. Qualche altra, dell’artista: “L’artista, è un incidente!”. Niente. Ho visto storcersi dei musi che vistosamente volevano comunicarmi:

“Neanche tu lo sai!”. Invece, la realtà è ben altra: sei tu, che dovresti saperlo! tu che fai la domanda!

Ognuno dovrebbe averla un’idea. Studiarla, magari. Occorre capire quando un’opera è triste o fasulla oppure, tutt’al contrario, quando ti solletica dentro. Quando ti riporta alla mente un ricordo e la usi, quell’opera, come un grimaldello per entrare nei recessi dell’anima tua, a scrollare l’immaginario che è dentro di te. Quanto è più facile per la musica o per il cinema! Ti prepari, ascolti, guardi... ti emozioni... oppure (anche ciò è legittimo!) contesti, te ne vai.

Quindi? non c’è soluzione? non si può sapere cosa sia l’arte? Certo, si può sapere. Ognuno per proprio conto lo dovrebbe scoprire. Per esempio, nel mio piccolo ho questa idea: l’arte è una delle attività umane che è fuori dagli schemi (leggi: che non è possibile asservire) anzi, è più facile immaginarla come attività antisociale dell’uomo.

Ma, paradossalmente, proprio qui è racchiuso il valore sociale dell’arte, nel suo essere antisociale! É vero che l’arte è inutile rispetto al pragmatismo della sopravvivenza umana. É vero che di per sé, l’arte non si mangia, non alleggerisce la fatica, non ha funzioni pratiche, eppure, non può mancare all’interno di una Società (qualsiasi società: l’Occidente, l’Oriente, l’Africa, la più sperduta isola del più remoto arcipelago della Terra). Ha la stessa funzione che ha il sogno per l’individuo. Infatti, il sogno è liberatorio; esprime il represso; realizza, in astratto, i desideri. Insomma, soddisfa l’inconscio di chi sogna. Bene! L’arte compie la stessa funzione per l’inconscio della Collettività. E, proprio come il sogno agisce da valvola di sfogo per il singolo, così l’arte funziona come meccanismo liberatorio per la totalità degli individui.

É troppo? sembra eccessiva la mia definizione di arte? Non ha importanza, è la mia.

Sento già la vocina critica che dice: “Però, è certo che in giro si vedono delle cose...”. Non c’entra nulla! Mi capita spesso di vedere opere che non mi piacciono punto. Ma quelle stesse opere, capita di sentire, vengono apprezzate da altri. Per esempio, vedo un Dalì (ovviamente, stesso discorso può valere per una poesia di D’Annunzio o per un film di Polanski o...) e ne provo fastidio. Poi, discorro con amici e sento definire quella stessa opera capolavoro assoluto. Resto muto! Per quegli altri è così. Ed è lì la funzione sociale dell’arte e dell’artista. Ed è per tale motivo che l’arte occorre studiarla per capirla, per farsene una propria opinione e magari anche per rispondere alla domanda:

Cos’è l’arte per te?

 

 
   

 

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C'è BAROCCO NELL'ARIA

Si rilevano analogie tra le pulsioni della contemporaneità e lo spirito dell’Epoca barocca. Si intravedono anche nel mondo odierno surplus di immagini, fronzoli, ornamenti che ricordano l’eccessivo decorativismo di allora. Il formalismo che prevarica la sostanza. Il superfluo che sopravanza l’essenziale.  Mentre, all’eccesso della spiritualità di allora che sovente ha toccato il fanatismo (basti riflettere sulla rinnovata, cruenta forma di inquisizione che nel XVII secolo ha imperversato nelle aree cattoliche d’Europa, specie in Spagna), oggi sembra corrispondere un certo fanatismo edonistico che, alla stessa maniera, rende difficili e irrequieti e pericolosissimi i rapporti tra i gruppi umani. E c’è analogia con il presente anche negli “effetti” che produce un’opera in chi la osserva. Già dal periodo manierista e fino a tutto il periodo del  Barocco, l’arte pittorica, fra le altre finalità, aveva quella di stupire. Lo spettatore doveva restarne impressionato. Essere colpito dalla crudezza delle immagini. Dalla sua bocca doveva uscire una specie di flebile e prolungato “oooh!”.

Oggi, accade lo stesso! Per esempio, la diffusa tendenza all'eclettismo espressivo che caratterizza gli artisti di oggi (a causa, forse, delle diverse abilità occorrenti per la realizzazione di opere contemporanee) e che li assimila alla multiforme capacità espressività degli artisti del Barocco. Basti pensare ad opere di Dan Graham o Cattelan o Kirsch o Pistoletto... Seppure a distanza di secoli, seppure con l’emancipazione che viene dalle esperienze, dalla cultura, dalle tecnologie, perfino dalle guerre cruente del Novecento, lo spettatore non rimane indifferente e, davanti ad una vacca sezionata o ad un cranio tempestato di diamanti o ad un papa che viene abbattuto da una meteorite, ancora si sente riecheggiare nelle sale espositive quel flebile, barocco “oooh!”.

 
 
   

 

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RIFLESSIONE (amara)

 

La mia collega Ciela, giovane ed originale artista messicana, frequenta la pagina personale (come io la sua) che da alcuni anni curo nel sito www.premioceleste.it  - un social di arte e per addetti ai lavori - e talvolta mi inoltra dei messaggi così stimolanti che mi fanno molto meditare. Quasi sempre sono giudizi indirizzati alle opere che assai di rado pubblico sulla pagina di Celeste oppure sono dei commenti alle sue stesse opere. Ma, in altre occasioni, le domande sono volte a scoprire l’Europa, a comprendere meglio i legami tra arte e pubblico, a tentare di comprenderne il mercato…

Recentemente, un suo messaggio, conteneva tali affermazioni (da premettere che noi comunichiamo col nostro inglese stentato e con l’aiuto del traduttore di Google, per cui mi permetto di apportare qualche aggiustatina alla forma, ma non al contenuto!): “… io guardo le foto delle tue opere e le trovo belle, intense. Scopro in esse un linguaggio poetico che mi incanta e che considero alto. Quello di un maestro che affonda le radici nella tradizione artistica europea. Bene! Perché tu non sei famoso come meriteresti? Perché le tue opere non sono nei musei? Come mai, come tu stesso mi riferisci, non riesci a vendere?” … “Nella realtà assai più povera del Messico, specie rispetto ai trascorsi artistici, anche una sconosciuta come me riesce a smerciare i propri lavori. Magari a piccole cifre, ma con una tale costanza da permettermi di continuare a produrre.”

Le mie risposte a Ciela sono le solite e la più ricorrente è che “non basta un ricco passato artistico a formare un pubblico attento oggi”; poi ci sono le conoscenze, c’è l’estrazione sociale, la concorrenza, persino la fortuna… ma, con sincerità, talvolta le esprimo i dubbi sulla mia probabilissima incapacità a “gestire” il mio stesso prodotto artistico.

O forse sono un inguaribile pigro che non ha troppa voglia di portare le opere in giro. O forse non ho voglia alcuna di partecipare allo squallido agone che è diventato (specie in tempi di crisi più generale) il “mercatino” dell’arte in Italia. O forse (ed è ciò che mi convince di più) non ho alcuna intenzione di monetizzare un quadro. Provo un vago senso di vergogna quando qualcuno, davanti ad un mio dipinto, con quella certa aria tipica del mercanteggiare, chiede: “Quant’è?”. Sprofonderei.

Mi piacerebbe (e spesso immagino la scenetta) che a qualcuno a cui piacesse una mia opera, io potessi chiedere: “Tu, che mestiere fai? Il falegname? Bene! Ti do un quadro e tu mi costruisci un tavolo per la cucina!”. Mia moglie a tali scenette, facendo l’avvocato del diavolo, mi chiede: “E se non si trattasse di un artigiano? Se fosse per esempio un impiegato?” “In tal caso - le rispondo - lasciamo che sia egli stesso a decidere come possa o voglia sdebitarsi dato che, il desiderio di un quadro da esporre in propri spazi reca già in sé i prodromi di un’azione positiva, sia per chi produce, sia per chi vuole fruirne!”

Naturalmente, mia moglie non resta convinta alle mie affermazioni -scuote, tra amaro e incredulo, la testa. Ma Ciela, sì! Lei è entusiasta di tali mie affermazioni e, volentieri, le condividerebbe.

Nella prossima vita, rinasco in Messico!

 
 
   

 

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GENTILISSIMI GALLERISTI,

 

devo ringraziarvi per le attenzioni che dedicate alla mia arte e per gli inviti di adesione alle vostre manifestazioni artistiche che puntualmente mi recapitate. Apprezzo molto… ma c'è un aspetto del vostro interesse per me che non condivido: si tratta delle richieste di denaro che puntualmente mi fate.

Sono nato nel 1948, quindi, nel duemiladiciassette, ho ancora sessantotto anni. Mi interesso di arte da quando avevo dodici anni e dovete far conto che quando ero giovinetto di belle speranze (liceale, universitario, etc), erano ancora vivi e vegeti artisti come Balla, Matisse, Kokoschka, Picasso, Arp, Dalì, De Chirico, ecc. ecc., pensate un po’!

Alla mia età, se non si è ancora famosi vuol dire che si è sbagliato qualcosa e, dato che non è certo la mia arte ad essere sbagliata (essendo io, a mio giudizio ovviamente - e contradditemi se siete in grado di farlo! -, il più grande artista vivente) devo sicuramente aver fatto errori da altre parti: incapacità nel relazionarmi; amicizie non coltivate, orgoglio eccessivo. Insomma, le solite storie! fatto è che, alla mia età, non è bene essere invitati come dei debuttanti alle manifestazioni; siete voi che mi assicurate che la mie opere sono straordinarie e che starebbero molto bene esposte nelle vostre gallerie. Quindi, dovreste pregarmi per farmi partecipare e, naturalmente, rimborsarmi tutte le spese nel caso accettassi. E' così che si agisce ed è così che si comporta un vero gallerista che ama sinceramente l'arte. Tutte le altre forme che richiedono quote o cose del genere sono sbagliate ed offensive sia per un grande artista come me, ma anche per chiunque si cimenti con l'arte.

Credo di avervi annoiati abbastanza, specie se non avete gusto per l’ironia. Vi auguro buona giornata e buon lavoro e sarebbe consigliabile che voi mi escludeste al più presto dalla vostra mailing list. Grazie.

Rispettosamente, Albino Monteduro.

 
 
   

 

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A proposito di CITAZIONI pittoriche 

 

Specie nel tempo dei social, capita spesso di osservare che insieme al testo, per accompagnare un concetto (talvolta, persino, per meglio chiarirlo), si ricorra ad un'opera d'arte. Per esempio, per rafforzare la descrizione di un prato fiorito, si utilizzi, importandola tra la scrittura, un'opera di Monet. Oppure, per discettare sull'amore, si ricorra ad un'immagine di Klimt ... quando, addirittura, non si recuperi un Gentile da Fabriano o un Botticelli.

Si coglie, insomma, una specie di anacronismo temporale tra il concetto espresso (che quasi sempre è contemporaneo, appartenente cioè al tempo presente) e l’opera utilizzata (che solitamente appartiene ad epoche e a secoli precedenti).

Non si può fare? Ma, sì! Certo che si può fare. Ma ci si può chiedere perché si ricorra alla citazione, soprattutto, scegliendo artisti ed opere del passato, piuttosto che artisti ed opere contemporanei?

Delle due, l’una: o consideriamo i Monet e i Botticelli (entrambi, a loro modo, figurativi) più idonei per essere associati ai nostri concetti estemporanei, oppure non abbiamo alcuna conoscenza, o fiducia, o interesse verso l’arte del presente. Forse non ne comprendiamo i messaggi o l’efficacia. Insomma, siamo certi che un ghirigoro blu non possa corrispondere all’idea di un nostro messaggio scritto, non fosse altro che per la difficoltà ad interpretarlo - se non per l’idiosincrasia verso quel tipo di arte in genere. Proviamo a dipanare la matassa! 

DOMANDE-PREMESSA

  • È possibile affermare, senza tanti dubbi, che l’opera d’arte (ovviamente, anche quella contemporanea) sia un prodotto?

  • Si può accettare unanimemente che essendo productus (generato, partorito) abbia avuto la necessità di assumere una forma, un aspetto?

  • Abbia avuto bisogno di un’idea, di una ricerca sui materiali da impiegare, di un procedimento per la realizzazione?

  • È possibile dedurre che tale prodotto debba necessariamente contenere un insegnamento, un messaggio, un valore?

  • E quale valore?

  • Riferito a quale contesto?

  • Possiamo concludere che il messaggio di un’opera debba necessariamente essere espressione dell’epoca in cui l’opera stessa viene realizzata?

Se c’è d’accordo su tali premesse, è possibile, ora, definire la figura dell’artefice o, meglio, dell’artista.

 

Un artista, per essere veramente tale, non dovrà essere in grado di padroneggiare una per una, e con grande maestria, tutte le premesse sopra elencate?

Cioè (riassumendone le azioni):

  • deve saper osservare con i suoi sensi specializzati il mondo di oggi (tutto il Mondo!).

  • Deve studiarlo, analizzarlo e comprendere quale aspetti siano da interpretare; in quale ruga della Terra possa celarsi una mostruosità, una bellezza, un torto o una ragione, una poesia o una straordinarietà.

  • Dovrà afferrare l’idea (come tutte le arti, anche quella pittorica è opera d’ingegno!) e dovrà, poi, concepire il procedimento per realizzare il productus.

Ma ancora non basta! Non basta soltanto osservare le regole per essere artisti. È risaputo che tanti personaggi conosciuti e perfino acclamati in vita poi scompaiano dal panorama artistico (a volte, in tempi brevissimi) e, con loro, la loro opera. E viceversa.

Quindi, l’opera, per restare nel tempo, deve contenerlo davvero quel messaggio di cui si diceva sopra. Insomma, deve davvero essere espressione del proprio tempo.

Ovviamente, ciò non vuol dire che l’arte contemporanea fagociti tutta l’arte precedente. Né che tutta l’arte precedente non sia più idonea a rappresentare! Ognuno è libero di esprimersi con l’arte che meglio crede, o capisce, o ama… ma non sarebbe più adeguato associare un’opera contemporanea alla descrizione di un avvenimento di oggi? Riuscite ad immaginare un armadio barocco (o rococò) in una camera arredata in stile scandinavo? 

CONCLUSIONE

La verità è più semplice: per persone meno allenate a trattare con l’arte, la figurazione costituisce spesso una specie di borderline dell'espressività artistica. Si tratta, ovviamente, di comportamenti errati, dovuti alle complessità espressive di oggi - che si sono arricchite di innumerevoli, nuovi materiali e strumenti - ed anche, più in genere, ad una certa, connaturata ignoranza del pubblico dell’arte.

ESEMPI (liberamente interpretati)

Beh, se la conclusione è questa, si possono fare degli esempi:

Se racconto del mare e lo descrivo immenso, inviolabile, misterioso, posso ricorrere a Yves Klein?

Se cito un sentimento delicato e spirituale, posso guardare a Lucio Fontana?

Se ho l’esigenza di parlare di pace (pace interiore, pace sul Pianeta, …), posso citare Mark Rothko?

 

 
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